In Romania la rivoluzione nonviolenta dei figli della rivoluzione affossa l’astro nascente del giovane-vecchio Ponta.

Sono tanti, in migliaia, forse una dozzina di migliaia, sono giovani, sorridenti, certo determinati, ma i loro volti non tradiscono rabbia o odio: sono i ragazzi e le ragazze di Bucarest che si sono dati appuntamento in Piazza dell’Università, la loro piazza, ma anche uno dei luoghi simbolo dove si erano adunati altri giovani, i loro genitori, 25 anni fa, quando molti di loro non erano neanche nati, per far cadere il Conducator, il “Duce”, il sanguinario dittatore comunista Ceausescu che mandò i carri armati e i militari per sparare a quei ragazzi ed alcuni morirono proprio lì, sotto all’Hotel Intercontinental, sotto gli occhi dei giornalisti occidentali, in Piazza dell’Università, dove ora ci sono delle croci ortodosse a ricordare i caduti.

Bucarest 16 Novembre 2014

Sono proprio li sotto i ragazzi del 2014, i figli dei ragazzi dell’89, con le bandiere di allora, o quelle che sembrano le bandiere di allora, ma nel vederle il colpo al cuore è lo stesso, quelle col tricolore rumeno col buco nel centro dove il regime aveva voluto il simbolo della falce e martello, il simbolo della dittatura comunista. Sono lì, da due settimane, da quando ai loro genitori, ai ragazzi dell’89, che ora vivono e lavorano in Europa (oltre due milioni solo tra Francia, Inghilterra e Italia), è stato impedito di esercitare il loro diritto di voto alle elezioni presidenziali perché i seggi erano insufficienti, il personale inefficiente, le code chilometriche e mancavano i moduli per autocertificare che si è residenti all’estero anche se non iscritti all’anagrafe ad hoc ed i funzionari statali non accettavano quelli scritti a mano o stampati in carta semplice dagli elettori.

Sono tutte balle, dicono i ragazzi, i funzionari sono stati messi lì dai comunisti e dai loro eredi del PSD, il partito “social-democratico” del Primo Ministro in carica che è anche candidato alla Presidenza della Repubblica e sa che da sempre i rumeni della diaspora, i ragazzi dell’89, votano contro di loro e sono già stati determinanti nelle due precedenti elezioni presidenziali che hanno portato e poi confermato il Presidente uscente Basescu, di centro-destra, contro ogni pronostico. Anche perché sono tanti, oltre il 20% di tutto l’elettorato.

E quindi in tutta Europa, cittadini rumeni arrivati nei seggi indicati dal Governo non hanno potuto votare perché malgrado fossero lì da prima, spesso da molto prima, alle ore 21 locali, ora di chiusura dei seggi, i funzionari, con rara solerzia per questa burocrazia incapace, hanno messo fine alle operazioni di voto. E’ tutto documentato dagli stessi elettori, fotografato, videoregistrato con i loro telefonini e postato su internet, sulle reti sociali, su facebook.

E anche oggi, il giorno del ballottaggio proprio tra il giovane Primo Ministro, il postcomunista Victor Ponta, sostenuto dalla Chiesa Ortodossa e dal suo coetaneo ed omologo Matteo Renzi, che si è persino recato a Bucarest a poche ore dal ballottaggio per chiedere ai rumeni di votarlo, ed il Sindaco cristiano-liberale della transilvana e germanica Sibiu, di etnia tedesca, Klaus Iohannis, sostenuto dalla Merkel, che tuttavia è rimasta prudentemente a Berlino, ci sono elettori della diaspora, oggi tre volte più numerosi che al primo turno, che rischiano di non votare perché poco prima delle 21 ci sono ore di coda in tutta Europa, Italia compresa.

E allora la marea umana di Piazza dell’Università diventa un fiume di gente che chiedendo di prolungare il voto, sostenuti dal Presidente uscente che ha richiesto, inutilmente, al Governo un provvedimento d’urgenza in tal senso per consentire di votare a chi fosse arrivato al seggio per tempo, scorre lungo Bulevardul Magheru, una delle principali arterie della città, salutati da decine, forse centinaia, di clacson a festa da parte delle macchine di passaggio, fino a Piazza Romana – dove fino a 6 anni fa c’era una copia della lupa capitolina, poi spostata all’ingresso di Lipscani, la zona pedonale del centro storico che si è salvata dalle devastazioni urbanistiche di Ceausescu, a sottolineare la “romanità” del paese, della lingua, neo-latina, e degli stessi rumeni, nelle cui vene scorre il sangue dei romani, come recita l’inno nazionale – per confluire dentro a Piazza Victoria, fino a riempirla quasi del tutto, proprio come un fiume confluisce in un lago, un lago di persone.

Ed è proprio mentre il grosso del corteo, ordinato, pacifico e non-violento, entra nella piazza dove ha sede il Governo che rimbalzano sugli smartphone dei ragazzi i primi exit-poll: tutti, tranne quello della TV Antenna 3, vicina dal partito del Premier, danno il “tedesco” in vantaggio, seppur di poco, 51% a 49%, su Victor Ponta. Ed è proprio davanti al palazzo dove forse ancora si trova il Primo Ministro che esplode il boato dei manifestanti.

Ed allo slogan scandito fino ad allora dalla folla, “prolunga il voto” si sostituiscono, mentre il lago straripa lungo via Kiseleff e si ferma a poche centinaia di metri dalla sede del PSD, prima il coro “grazie diaspora”, poi “dimissioni”, infine “Ponta vattene, i giovani non ti vogliono”.

Che i ragazzi di Bucarest siano stati determinanti nel svegliare la coscienza del paese lo dimostra il fatto che un paio d’ore dopo l’uscita degli exit-poll il neo eletto Presidente si è precipitato in piazza a portare i suoi saluti agli studenti che l’avevano occupata, ringraziandoli implicitamente, ma da buon tedesco serio senza rilasciare dichiarazioni e limitandosi a cantare con i suoi ragazzi l’inno nazionale. Mostrando non solo tempismo e fiuto politico ma anche un assai meno sospettabile carisma. Ma lo dimostra soprattutto il fatto che il grande perdente, Victor Ponta, per una volta rompendo la tradizione comunista, si è affrettato a riconoscere la sconfitta e a congratularsi con l’avversario, perché “il popolo ha sempre ragione”, ma chiosando velenosamente che “chi protesta non ha nulla da protestare”.

E qui si sbaglia di grosso. Non solo per la gestione demenziale, arrogante ed incostituzionale del voto all’estero ma anche perché in Romania la corruzione ed i conflitti di interessi sono ritornati ad esplodere dopo la riforma della giustizia voluta fortemente da Basescu e realizzata con competenza da Monica Macovei – Parlamentare Europea, ex Ministro di Giustizia ed ora candidata indipendente alla presidenza al primo turno ed alleata convinta di Iohannis al secondo – e che aveva convinto nel 2007 Bruxelles a non rimandare l’ingresso del paese balcanico nell’Unione Europea.

Sono migliaia, secondo dati ufficiali dell’ANI, l’Agenzia indipendente anticorruzione creata dalla Macovei, i sindaci che hanno affidato lavori o servizi pubblici a società di loro proprietà e se naturalmente la corruzione non riguarda solo il PSD è pur vero che le dimensioni ed il radicamento del fenomeno nel partito del Premier sono impressionanti. Tra indagati e condannati figurano quasi 40 papaveri del partito erede del partito-stato comunista, tra cui spicca Adrian Nastase, grande sponsor politico di Ponta ed a sua volta pupillo di Iliescu (ex membro della nomenclatura comunista parzialmente emarginato negli ultimi anni di regime ed abilmente riciclatosi come “padre della patria” dopo la rivoluzione al punto da essere eletto due volte Presidente). Ex Premier, ex Ministro degli Esteri ed ex Presidente della Camera dei Deputati, è stato condannato in via definitiva a due anni di carcere per un finanziamento illecito di 1,6 milioni di Euro alla sua campagna presidenziale, persa nel 2004 contro Basescu. Nastase che ha poi tentato il suicidio (anche se molti sospettano che si sia trattato di un finto tentativo) è stato successivamente condannato anche per tangenti (4 anni) ed estorsione (3 anni).

Ma è soprattutto la gestione Ponta ad essere contestata duramente: questo procuratore quarantenne, di lontane origini siciliane, che ha fatto l’Erasmus a Catania, ed è stato accusato di aver plagiato la tesi di Dottorato sul Tribunale Penale Internazionale, che ha rapidamente asceso i gradini della carriera politica ed istituzionale, divenuto Ministro poco più che trentenne, Segretario del partito e Ministro di Giustizia poco più che trentacinquenne, forte dell’appoggio di Nastase e della famiglia di sua moglie, Daciana Sarbu – figlia di un ex gerarca comunista poi riciclatosi con Iliescu e che è stata recentemente eletta parlamentare europea – è arrivato al potere un paio di anni fa con un vero e proprio inciucio in salsa balcanica: alleandosi con i liberali di Crin Antonescu per mettere quest’ultimo al posto di Basescu.

Neanche un mese dopo essere stato votato in parlamento come Primo Ministro, mentre il paese attraversava una difficile crisi economica, Ponta è partito con un’offensiva politico-istituzionale in pieno stile comunista: nel giro di tre giorni ha prima ottenuto la destituzione dei Presidenti dei due rami del parlamento, facendo eleggere come Presidente del Senato, seconda carica dello Stato, proprio Antonescu (che avrebbe sostituito il Presidente in carica una volta sospeso e poi decaduto), emanato un decreto d’urgenza per limitare i poteri della Corte Costituzionale (che doveva ratificare sia la procedura parlamentare di impeachment che i risultati del referendum confermativo della stessa procedura), fatto votare una procedura di messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica con l’accusa, oltre che di abuso di potere di aver condotto politiche che avevano impoverito i rumeni (un’accusa che richiamava neanche troppo velatamente l’altrettanto ridicola accusa di essere un affamatore del popolo, in quel caso ridicola non tanto perché falsa quanto perché chi lo accusava ne era stato corresponsabile, con cui venne sbrigativamente condannato a morte e giustiziato seduta stante il Conducator), ed infine emanato un decreto d’urgenza per abolire il quorum nel referendum confermativo della destituzione del Presidente della Repubblica.

Un vero e proprio “assalto al Palazzo d’Inverno”, neanche tanto democratico, che ha subito destato la preoccupazione dell’Unione Europea con la Commissione che immediatamente ha convocato Ponta a Bruxelles per chiedergli di rispettare la lettera e lo spirito dei trattati europei e provocato persino l’irritazione del Presidente del Parlamento Europeo ed ex capogruppo socialista, gruppo a cui afferisce il PSD, il tedesco Martin Schultz (quello a cui Berlusconi dette del “Kapò”) che ha addirittura paragonato Ponta all’autocrate ungherese di destra Victor (anche lui) Orban e chiesto alla Commissione di far rispettare le regole europee. Ma la reazione più dura è venuta dalla Merkel che ha parlato senza mezzi termini di “decisioni inaccettabili e contrarie allo stato di diritto”, chiedendo alla Commisione di trarne le più dure conseguenze (e forse il successivo veto tedesco all’ingresso della Romania all’area di Schengen ha anche a che fare con questa vicenda). Il “colpo di stato” è poi fallito perché a causa delle minacce Europee e delle pressioni internazionali (specie americane) il Governo ha dovuto ritirare il decreto sulla limitazione dei poteri della Corte Costituzionale, questa ha dichiarato incostituzionale il decreto sull’abolizione del quorum e le mobilitazioni di piazza hanno fatto decollare la campagna astensionista al referendum confermativo facendo mancare il quorum.

Per non parlare del caso di Rosia Montana, una meravigliosa località transilvana, nei monti Carpazi conosciuta sin dall’epoca degli antichi romani anche per i giacimenti aurei. Perso malamente il braccio di ferro con Basescu (il cui soprannome è proprio Popeye), Ponta si è trovato a gestire rovinosamente un’altra grana: dopo avere largamente vinto le politiche (anche per la totale assenza di avversari) ha ridato il via libera ad un progetto ventennale (e politicamente trasversale) – ma fermo dal 2006 e che lo stesso Ponta si era impegnato a ritirare definitivamente durante la campagna elettorale – di sfruttamento di questi giacimenti affidato per quattro soldi (e tanti sospetti di corruzione) ad una multinazionale canadese. Il progetto prevedeva la deviazione di un fiume, lo sventramento di 4 montagne e l’uso massiccio di cianuro: 12.000 tonnellate l’anno (12 volte il cianuro usato in tutta l’UE) per estrarre 300 tonnellate d’oro e 1.600 d’argento. Un vero disastro ambientale, umanitario (i non pur molti abitanti della zona sarebbero stati sfollati, o per meglio dire deportati), culturale ma anche, in prospettiva economico, data la potenzialità turistica della zona, sia per la bellezza naturale che per l’importanza storica, a partire proprio dalle vestigia romane, tra cui le rare e preziose gallerie di estrazione dell’oro di 2000 anni fa, perfettamente conservate, che sarebbero state quasi completamente distrutte.

Di nuovo la società civile ed i giovani si sono mobilitati: hanno lanciato una micidiale campagna virale su Facebook, promosso flash-mob devastanti davanti alle maggiori ambasciate rumene nel mondo ed a quella canadese a Bucarest, contestato Ponta in qualunque occasione pubblica si presentasse, si sono appellati all’UNESCO per ottenere rapidamente la protezione del sito già candidato ad entrare nella lista del patrimonio dell’umanità (ma la domanda era stata prontamente bloccata proprio dal Ministro della Cultura del Governo Ponta), risvegliando alcuni intellettuali dal loro sopore organico al partito. Alla fine il Premier ha dovuto cedere anche su questo progetto, mostrando una certa propensione al “contrordine compagni”.

E che dire della decisione insensata di sospendere la costruzione dell’autostrada tra la bella Sibiu, importante meta turistica, già capitale Europea della cultura nel 2007,e la città di Ploiesti, centro dell’industria petrolifera?

Un’infrastruttura che sarebbe stata un crocevia tra la produttiva Transilvania ed il confine occidentale ricca sede di molte industrie europee ed internazionali, ma che avrebbe interessato proprio nei pressi di Ploiesti anche la sede di una delle principali fabbriche della Dacia Renault che, appena saputa la notizia ha minacciato di spostare la produzione in Marocco, con conseguente mobilitazione sindacale e manifestazione di 10.000 lavoratori contro la decisione di Ponta, forse dettata dalla volontà di privilegiare la costruzione di un’assai meno utile autostrada verso il sud del paese, povero ed arretrato, ma anche feudo elettorale dei post-comunisti.

Oggi quindi si è formata un’alleanza trans-generazionale che rappresenta un vero e proprio blocco sociale ma anche un potente blocco politico tra i figli della rivoluzione e la generazione dei loro fratelli maggiori e dei loro genitori residenti all’estero. Non a caso Iohannis è stato letteralmente plebiscitato sia dall’elettorato giovanile, con circa il 70% dei consensi, che dagli elettori della diaspora, che lo hanno votato addirittura a quasi il 90%, tra cui, con buona pace di Renzi, 85.000 elettori residenti in Italia dei 96.000 che hanno votato (Ponta è riuscito a vincere, col 52%, solo trai 19 elettori dei territori palestinesi). Un blocco quindi capace di vincere in 10 anni 3 elezioni presidenziali e due referendum destituivi (il primo tentativo di fare fuori Basescu fu nel 2007, ma allora il Referendum fu valido ed il 74% dei rumeni votò contro la destituzione), oltre ad altre importanti battaglie, ma un blocco che non ha mai avuto rappresentanza parlamentare per colpa di una classe dirigente liberale e conservatrice egoista, litigiosa ed inetta quando non anche corrotta.

Il primo e più urgente compito di Iohannis non potrà quindi che essere quello di costruire un’alleanza politica ampia, credibile e soprattutto coesa in grado di vincere nel 2016 le elezioni politiche, ancora appannaggio di un PSD radicato – specie tra impiegati statali, pensionati nostalgici dell’ancien régime, rom, contadini, specie nel sud povero ed arretrato (dove si faceva persino fatica a trovare un cartello elettorale di Iohannis) -, sostenuto da un apparato di vip e vippettini radical-chic, e di intellettuali ed artisti organici e dedito a pratiche clientelari, degne della peggior DC meridionale degli anni ottanta. Ma sopratutto un’alleanza capace di governare il paese e riformarne il sistema politico, cambiando il sistema istituzionale in un pieno presidenzialismo ed il sistema elettorale, passando dall’attuale regime proporzionale ad uno uninominale maggioritario.

Che sia un compito difficile lo dimostra il fatto che in questo intento hanno fallito entrambi i suoi pur autorevoli predecessori liberal-conservatori, Emil Costantinescu e Traian Basescu. Ma l’uomo da l’impressione di essere tosto ed il politico di razza. E se riuscirà a far questo, la rivoluzione dei ragazzi del 2014 sarà ricordata come il completamento di quella dei ragazzi dell’89. Dimostrando che, come urlavano i ragazzi di Piazza dell’Universita’, uniti si puo’ davvero salvare la Romania.

In Romania la rivoluzione nonviolenta dei figli della rivoluzione affossa l’astro nascente del giovane-vecchio Ponta.ultima modifica: 2014-11-24T23:38:39+01:00da orlandilapo
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