Referendum: un piccolo vademecum

referndum.png Domenica 12 e lunedì 13 giugno si vota per i quattro referendum abrogativi. 


Due di questi, proposti dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua Pubblica, riguardano la gestione dei servizi pubblici locali (tra cui gli acquedotti, ma anche i trasporti, i rifiuti, l’energia…) e le tariffe dell’acqua.

 

Gli altri due, voluti dall’Italia dei Valori, sono sul nucleare e sul legittimo impedimento.

 

I seggi saranno aperti dalle 8 alle 22 di domenica e dalle 7 alle 15 di lunedì. Come funziona? Per cancellare la norma oggetto del voto bisogna dire Sì, altrimenti rimarrà in vigore. Per essere valido occore che si rechi alle urne il 50% più uno degli aventi diritto al voto. In realtà ben oltre il 55% tenuto conto della bassa affluenza tradizionalmente riscontrata tra gli italiani all’estero su cui peraltro sono aperti 2 contenziosi, uno dell’IDV sul quesito relativo al nucleare, l’altro dei radicali su tutti e 4 i quesiti. 

 

Vediamo singolarmente ogni proposta.

 

SCHEDA ROSSA: Referendum sulla gestione dei servizi pubblici locali

 

Con questo quesito referendario si propone l’abrogazione dell’articolo 23bis del decreto Ronchi del 25 giugno 2008, ovvero il decreto-legge per la privatizzazione della gestione dei servizi pubblici locali. In Italia tali servizi sono affidati ai Comuni, che per legge devono associarsi in Ambiti Territoriali Ottimali (ATO). Con questo decreto, gli ATO verranno sostituiti da nuovi soggetti e i servizi pubblici locali, pur rimanendo di proprietà pubblica, dovranno essere affidati, tramite gare aperte, in concessione ad aziende pubbliche e privati entro il 31 dicembre 2011. Oppure potrebbero costituire un Partenariato Pubblico Privato (PPP), ovvero un’azienda pubblica che cede il quaranta percento della società ad una privata.

 

Se vince il Sì, gli ATO non saranno obbligati a cedere le azioni ai privati entro il 31 dicembre 2011, anche se si dovrà comunque presumibilmente ricorrere a gare pubbliche in osservanza delle direttive Europee con la possibile partecipazione di privati. Secondo i comitati promotori, così facendo si eviterebbe di mettere i servizi idrici italiani in un mercato spesso vittima delle speculazioni finanziarie.

 

In caso di vittoria dei No, gli ATO diventeranno (salvo eccezzioni previste dalla norma) per legge società miste con almeno il quaranta percento di capitale privato entro la fine dell’anno. A meno che le Regioni non provvedano a legiferare in materia entro quella data. Per i sostenitori del NO il decreto Ronchi ed i suoi successivi recepimenti parlamentari hanno messo ordine in una materia fin’ora in mano, attraverso le municipalizzate, agli interessi spartitori dei partiti a livello locale. E comunque la sua abrogazione totale comporterebbe un vuoto normativo pericoloso giacché suscettibile di sanzioni da parte dell’Unione Europea e di interpreatzioni giuridiche da parte di Corti nazionali ed europee. 

 

 

SCHEDA GIALLA: Secondo referendum sull’acqua

 

Il secondo quesito propone l’abrogazione del comma 1 dell’art. 154 del Decreto Legislativo del 3 aprile 2006, n°152, limitatamente alla parte “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”. Questa norma prevede che la tariffa dell’erogazione dell’acqua deve essere calcolata tenendo in considerazione il capitale investito dal gestore (fino ad un massimo del 7%). In pratica il gestore dell’acqua otterrà profitti garantiti sulla tariffa, che ricaricherà poi sulla bolletta.
In caso vincano i Sì, le società che gestiscono l’acqua non potranno ottenere questi profitti dalla tariffe. In sostanza gli ATO ri-acquistarebbero le loro quote e reinvestirebbero nel settore solamente con risorse pubbliche.


I contrari al referendum sostengono che gli investimenti privati siano l’unico mezzo per migliorare il servizio e per evitare che i Comuni si indebitino per ri-acquistare le azioni cedute. E che comunque ciò che non si pagherà in bolletta lo si pagherà in tasse.


 

SCHEDA GRIGIA: Referendum sull’energia nucleare

 

Questo quesito è più complesso di quello che sembra, e vi spieghiamo il perché. L’Italia ha avuto quattro centrali nucleari dal 1963 fino al 1990. Una quinta non è stata costruita in seguito al referendum del 1987 in cui la maggioranza degli italiani si espresse a favore dell’abbandono dell’energia nucleare (era da poco avvenuto il disastro di Cernobyl). Scaduti i termini del referendum, nel 2008, l’attuale governo ha approvato una legge per consentire la “realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”.

 

Questo quesito, modificato con la sentenza della Corte di Cassazione, a sua volta confermata dalla sentenza dela Corte Costituzionale, in: “Volete voi che siano abrogati i commi 1 e 8 dell’articolo 5 del decreto-legge del 31 marzo 2011 n°34 convertito con modificazioni della legge del 26 maggio 2011 n°75?” ha per oggetto l’abrogazione della possibilità di proggettare e costruire centrali nucleari sul territorio italiano e di mantenere la produzione di energia nucleare tra le possibili fonti di aprovvigionamento energetico per il futuro. 

 

I fautori del NO (cioè i favorevoli al nucleare)  dicono che il nucleare serve al paese perché oggi siamo troppo dipendenti da potenze straniere instabili ed inaffidabili che ci forniscono petrolio e gas, che sono fonti esauribili, e che le energie rinnovabili sono al momento e per molti anni ampiamente insufficienti al fabbisogno energetico nazionale. Negano sostanzialmente il problema della sicurezza in quanto le tecnologie odierne sono più antisismiche di quella usate a Fukushima negli anni 60 e 70.

 

I fautori del SI (contrari al nucleare), oltre al problema sicurezza (ad oggi nessuna Regione sarebbe disponibile ad ospitare una centrale sul proprio teritorio) e di gestione scorie, ricordano che anche l’uranio con cui si produce l’energia nelle centrali nucleari è in esaurimento e si trova in paesi altrettanto inaffidabili e instabili dei paesi arabi mentre le tecnologie e relativi brevetti per costruire centrali sono nella disponibilità di 3 o 4 paesi al mondo da cui finiremmo comunque per dipendere. Inoltre, a fronte di un ingente investimento per almeno 10 anni si arriverebbe a produrre, nella migliore delle ipotesi, il 4% del fabbisogno per 20 o al massimo 30 anni. Per poi avere altri costi di smantellamento e di gestione delle scorie per decenni. A questi costi è molto più conveniente comprare l’energia nucleare dalla Francia, che ne ha in surplus e non la può stoccare, che produrla noi. Oltre che investire in gas, geotermico, a breve termine, e rinnovabili e risparmio energetico sul lungo periodo. Infatti secondo Rubbia le prime costano molto meno del nucleare, sono molto più rapide da ottenere ed hanno basso impatto ambientale. Mentre le rinnovabili nel tempo che ci vuole a portare a regime le prime centrali nucleari saranno già in grado di sottarre importanti quote importanti ai combustibili fossili. 

 

 

SCHEDA VERDE CHIARO: Referendum sul legittimo impedimento

 

Il quarto quesito referendario vuole abrogare la legge sul legittimo impedimento approvata dal Parlamento il 7 aprile del 2010. Secondo le norme approvate, il presidente del Consiglio dei ministri e i ministri stessi possono rinviare le udienze dei processi che li riguardano ogni volta che, secondo un loro personale giudizio, non possono parteciparvi a causa di un “legittimo impedimento” legato alla propia attività parlamentare. Il 13 gennaio però la Corte Costituzionale ha modificato il testo della legge sul legittimo impedimento determinando che dovrà essere il giudice a decidere se gli impegni dell’imputato saranno “legittimi” tanto da mancare al processo. Quindi anche sul quarto quesito referendario c’è stata una modificazione sulla formulazione.
Nel caso vincano i Sì, il presidente del Consiglio e i vari ministri saranno considerati al pari di ogni cittadino di fronte la legge (come stabilito dal codice penale).

 

Referendum: un piccolo vademecumultima modifica: 2011-06-12T02:55:00+02:00da orlandilapo
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