Un buco nell’acqua (ovvero come truffare gli italiani e vivere felici)

195685_1062755275_6140649_n.jpg Non c’è ombra di dubbio che dei quattro Referendum che siamo chamati a votare domani il tema più caldo, se mi posso permettere il bisticcio di parole, è quello relativo alla costruzione di centrali nucleari.

 

Ma se si dovesse aggiudicare la palma d’oro per l’agitazione probabilmente la vincerebbero i due quesiti sull’acqua (o così ci sono stati propagandati). Abbiamo visto di tutto: comitati di suore in Piazza San Pietro, Cardinali fare campagna referendaria per il SI, persino bandiere del Comitato per i 2 SI sull’acqua in bella vista sull’altare mentre i preti celbravano la Messa! Probabilmente era dai tempi delle elezioni politiche del 1948, delle madonne pellegrine pro DC, che non si vedeva tanta agitazione nel mondo cattolico. Solo che oggi sui due quesiti in questione Don Camillo e Peppone (o ciò che ne è rimasto) stanno dalla stessa parte e fanno a gara a chi è più sfegatato.

 

Si dirà (anzi si è detto e molto): è una questione centrale, vogliono privatizzare l’acqua. Diventeremo come i popoli indigeni!

 

Operbacco! Ma davvero?

 

Purtroppo però, avendo fatto la scuola francese prima e quella, politica, radicale dopo, ho acquisito ed affinato il brutto vizio di andare a vedere sempre cosa dicono le carte prima di pronunciarmi. E allora andiamole a vedere queste carte! E cominciamo dal quesito in questione. Quello che parla della gestione dell’acqua.

 

Infatti, il primo dei quattro referendum (scheda rossa) chiede se si voglia o meno abrogare l’articolo 23bis di un decreto legge del giugno 2008, più noto come Decreto Ronchi e successive modifiche (intervenute anche per recepire le direttive Europee e rispondere ad una sentenza della Corte Costituzionale). 

 

Ma il decreto Ronchi non è sull’acqua (non lo è nemmeno il lungo articolo che si vuole abrogare) è sulla gestione (quindi non la proprietà) dei servizi pubblici (quindi di proprietà pubblica che tale resta) locali. E quindi riguarda oltre alla gestione degli acquedotti (e non dell’acqua) anche i rifiuti, i trasporti, l’ambiente e l’energia.

 

Chi assicura i servizi pubblici locali, in particolare quelli idrici, in Italia? Gli “Ambiti Territoriali Ottimali” (ATO), cioè associazioni formate dai Comuni secondo precise disposizioni di legge. Il decreto Ronchi prevede nella maggior parte dei casi una futura abolizione degli ATO, che saranno sostituiti con nuovi soggetti, la cui fisionomia sarà determinata dalle Regioni . Nel mentre, gli ATO possono continuare a fare due cose: 

 

1) affidare in concessione i servizi idrici e non solo (rifiuti ecc)  ad aziende pubbliche o private, con una gara aperta (europea); 

 

2) costituire un Partnerariato Pubblico Privato (PPP), cioè un’azienda che ceda almeno il 40% del PPP stesso ad un’altra azienda privata, ma scelta sempre con gara ed entro il 31 dicembre. Al netto dei tecnicismi, si tratta della possibilità che soggetti privati si occupino di acqua. 

 

Ci sono due casi particolari, poi, da considerare, e riguardano le società miste collocate in Borsa. Per esse, la quota di capitale pubblico deve essere ancor minore, e va diminuita per gradi: entro il giugno 2013 deve scendere al 40%; entro il dicembre 2015 al 30%. In sintesi, si procede sulla strada di un ingresso sostanzioso dei privati nella gestione delle risorse idriche.

 

Cosa succede se vincono i sì?

 

Da un punto di vista giuridico viene cancellata la complessa (e in parte controversa) normativa Ronchi, definita anche dal Corriere una vera e propria Babele. E quindi? Gli ATO (cioè gli attuali concessionari della gestione dell’acqua e degli altri servizi) rimaranno completamente pubblici, o prevalentemente, come dicono i vari Don Camillo e Peppone? Neanche per idea. Perché si verrebbe sì a creare un vuoto normativo nazionale, ma i comuni e le Regioni saranno comunque tenuti ad applicare le direttive Europee, pena procedura d’infrazione. E cosa dicono le normative Europee? Che i servizi pubblici locali devono essere gestiti da soggetti che vincano una “gara ad evidenza pubblica”. Cioè sostanzialmente un appalto pubblico secondo le regole europee. Ovvero una gara a cui i privati, e non solo italiani, potranno partecipare. 

 

Per non dire che nel vuoto legislativo si inseriranno sentenze italiane ed Europee, cioè una babele peggiore del Decreto Ronchi che sarà colmata solo con una nuova norma in cui necessariamente dovrà essere data facoltà ai privati di entrare nella gestione dei servizi pubblici locali, compresa l’acqua.

 

Magari una norma fatta da un Governo di sinistra, alla faccia dei propri elettori, monachelle e compagnucci compresi! 

 

Naturalmente mi si dirà che la vittoria del SI comporterà, sul piano giuridico, il superamento dell’obbligo di fatto (ma pro tempore) di prevalenza privata e adirittura di incentivare le multinazionali sulle società private locali contenuto nel decreto Ronchi. Ma allora perché non si è formulato il quesito in modo che venissero aboliti solo quegli articoli (in realtà commi) e non tutta la legge (in realtà tutto l’articolo)? Chi ci assicura da pronunciamenti di qualche Suprema Corte in futuro che interpretino in senso completamente antiprivatisco il voto referendario?

 

E sopratutto perché non lo si è detto chiaramente agli italiani?

 

PS: per i dati “tecnici” e tecnico-giuridici mi sono rifatto, oltre alla paziente lettura di complicate normative, ad articoli di giornale e sopratutto ho saccheggiato una lista di discussione interna all’area radicale. Ovviamente le considerazioni che faccio non riflettono necessariamente il punto di vista dei soggetti e dei dirigenti dell’area.

Un buco nell’acqua (ovvero come truffare gli italiani e vivere felici)ultima modifica: 2011-06-11T15:40:00+02:00da orlandilapo
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