Quel vizietto del Cavaliere (e dei Presidenti che lo assecondano)

Berlusconi%20mitra.bmp Quando il Governo Berlusconi ha qualche settimana fa varato il famoso decreto Omnibus, nel tentativo disperato e disperante di evitare il Referendum sul nucleare (per vanificare il quorum anche sugli altri, a cominciare dal Legittimo Impedimento), da più parti si sono levate voci di protesta.

 

Ma come? Sono già arrivate le schede agli italiani residenti all’estero e si modifica la legge su cui stanno votando? E, quando ad una settimana dal voto in Italia, il Governo ha fatto ricorso alla Consulta contro la sentenza della Cassazione, che riformulando il quesito sul nucleare ne confermava la presenza trai Referendum di domenica, si è detto: come è possibile cambiare le regole del gioco a partita iniziata?

Purtroppo questo sembra essere un vizietto del Presidente Berlusconi, quello di cambiare le regole quando le squadre stanno uscendo dagli spogliatoi, o addirittura già schierate in campo. Talvolta con la complicità di coloro che oggi si scandalizzano (Fini, Casini e PD in testa), ma purtroppo anche con la controfirma del Capo di Stato di turno. Da quello considerato più anti-berlusconiano (dagli stessi berlusconiani) a quello considerato più morbido, tutti si sono resi partecipi di questo impressionante fil rouge che collega tutte le esperienze governative di Berlusconi dalla sua discesa in campo ad oggi. 

Ecco un breve quanto inquietante excursus:

 

1. 1995 (Presidenza Scalfaro): la maggioranza parlamentare che sosteneva il primo Governo Berlusconi cambia la legge elettorale per le regionali a poche settimane dal voto con l’appoggio di buona parte dell’opposizione. La legge che porta il nome del suo ideatore, il Senatore Pinuccio Tatarella di Alleanza Nazionale, in realtà viene approvata “postuma”, nel senso che il Governo era stato sfiduciato e sostituito un mese prima dal Governo Dini. Scalfaro controfirma, poi sta 7 minuti in cabina e se la prende con chi ha fatto la legge che lui ha controfirmato, evidentemente senza leggere. Le regionali poi passeranno alla storia come quelle delle bandierine di Fede (che aveva riempito una carta d’Italia di bandierine blu quando dai primi exit poll sembravano prevalere in moltissime Regioni i candidati di centro-destra e finì, imbarazzato ed arrabiato, con un’Italia quasi tutta rossa).

 

2. 2005 (Presidenza Ciampi): la maggioranza che sostiene il Berlusconi Ter (il Berlusconi Bis era caduto qualche settimana prima per mano dell’UDC proprio per la legge elettorale) cambia la legge elettorale (il famoso porcellum) per le elezioni parlamentari a qualche settimana dallo scioglimento delle Camere. L’esecutore è l’inenarabile Calderoli, il primo a definire la propria legge una porcata, ma il mandante è l’ineffabile Follini, Segretario allora dell’UDC oggi vice qualcosa nel PD! Evidente la complicità di Casini, allora Presidente della Camera ma di fatto vero leader del partito di Follini, ma anche di Fini che con la sua Alleanza Nazionale vota la legge. Comunque, molti premono sul Presidente della Repubblica, che è già nel semestre bianco, perché non controfirmi. L’ex Presidente Cossiga scrive persino un articolo in cui si vanta di non avere controfirmato una legge, quella sul servizio civile, a fine del suo mandato subito prima dello scioglimento delle Camere e che nessuno gli ha potuto fare nulla. Ma Ciampi prima solleva un paio di eccezioni di costituzionalità sulla legge del Senato, poi corrette queste serenamente firma.

 

3. 2009 (Presidenza Napolitano): il duo Berlusconi-Veltroni (quello che manco l’africani l’hanno voluto) vara la nuova legge elettorale per le Europee a poche settimane dal voto, obiettivo dichiarato fare fuori le liste cosiddette minori. La chiamano dispersione del voto (cioè se non voti per me, o per il principale partito dello schieramento a me avverso, il voto è perso), che evidentemente per i politici clericali di destra e di sinistra è un peccato molto più grave di quella del seme. La legge passa con un’ampia maggioranza in Parlamento: oltre a Berlusconi e Veltroni votano Casini (già fuori dal centro-destra) e i finiani ed i rispettivi partiti. Fini (ancora dentro al PDL) non vota perché Presidente della Camera, ma avalla. Napolitano, da bravo, firma. Risultato: nessuna delle liste che per anni, in alcuni casi 30 anni, avevano garantito assiduità e credibilità dell’Italia nel Parlamento Europeo supera lo sbarramento previsto nella nuova legge: tra gli altri sono espulsi da Bruxelles radicali, verdi e neocomunisti vari.

 

4. 2010 (Presidenza Napolitano): Berlusconi vara un decreto legge alcuni giorni dopo il termine per presentare le liste per le imminenti elezioni Regionali che cambia, solo per Lazio e Lombardia (casualmente le uniche due Regioni dove il PDL non è riuscito per dissidi interni a presentare per tempo le liste), i criteri di presentazione. Napolitano è lacerato, ma riesce a ricucirsi a sufficienza per firmare. Mancano pochissime settimane al voto! Casini che sostiene sia la Polverini che Formigoni si allinea con prudenza, prefigurando (e pregustando) almeno a Roma di fare il pieno dei voti del PDL erranti e di condizionare la giunta regionale (come sarà). Fini comincia ad avvertire qualche mal di pancia, ma prende un pò di bicarbonato. Che dura però giusto il tempo delle elezioni. Il TAR di Roma respingerà il ricorso presentato dalla lista del PDL sulla base del decreto. Mentre quello della Lombardia accoglierà il ricorso del listone Formigoni che cosi si può presentare e viene rieletto.

Un anno dopo, su denuncia dei radicali, il Tribunale di Milano scopre che circa 800 firme a sostegno di Formigoni, un terzo del totale, erano false, per testimonianza diretta di ciascun presunto firmatario. Oggi il Tribunale di Roma ha sentenziato che le candidature non furono presentate per tempo solo ed esclusivamente per responsabilità delle persone preposte a farlo. Stando così le cose, ad un anno di distanza, è quindi acclarato che non sussisteva alcuna urgenza o necessità per varare il decreto salva-liste. Che è stato però detereminante per la vittoria del centro-destra in Lombardia (direttamente) e nel Lazio (indirettamente).

 

Certo si dirà che Berlusconi non è il solo. E’ vero, per esempio nel 1993 nel tentativo, poi riuscito, di scippare uno dei quesiti referendari il Governo Amato, sostenuto da un quadripartito (DC, PSI. PLI, PSDI) con l’appoggio esterno del PDS (nella cui classe dirigente sedevano tanti indignados di oggi: da D’Alema e Veltroni a Rodotà, ma pure lo stesso Napolitano) varò l’attuale legge per l’elezione dei sindaci. Ma è un caso solo e per giunta un colpo di coda della Prima Repubblica.

 

Ciò che invece colpisce in Berlusconi è, per cosi dire, l’alto indice di recidiva. La sequenza è impressionante: almeno 5 casi clamorosi in 4 volte che ha presieduto un Governo, di cui 4 negli ultimi 5 anni. Tutti, tranne uno, andati a buon segno.

 

Il che lo conferma come il campione dei “capaci di tutto”. 

Quel vizietto del Cavaliere (e dei Presidenti che lo assecondano)ultima modifica: 2011-06-11T00:47:00+02:00da orlandilapo
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